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Domenica 21 febbraio alle ore 11.00, presso la
Galleria Comunale d’Arte Contemporanea “I Molini” di Portogruaro è stata
inaugurata la mostra di pittura degli artisti Paolo Del Giudice e Ottavio
Sgubin. La mostra vuole mettere in luce lo stato della ricerca di una parte
della pittura figurativa contemporanea, soprattutto quella che privilegia
l’intensità espressiva che si origina dalla percezione individuale
dell’artista.
I ritratti di Paolo Del Giudice - 1952, vive e lavora a Treviso – trovano un’origine storica nella Pop-art, quando l’artista raccoglieva dalle immagini, o dai simboli popolari, l’ispirazione per il proprio operare. L’artista trevigiano, in questo caso, raccoglie proprio dalla stampa, dai mas media le immagine che poi elabora pittoricamente. Ma non si tratta di una semplice copia delle fotografie, il ritratto offerto da Del Giudice vuole mettere in evidenza un aspetto della personalità dell’artista, dello scrittore, dell’attore raffigurato: ecco materializzarsi la drammaticità dell’esistenza di Pasolini, la solitudine e la tristezza della Magnani, la fantasia onirica di Borges, la solarità di Picasso, la riservatezza di Beckett, la malinconia di De Chirico. Queste personali sensazioni, queste intime visioni hanno, in realtà, contribuito a definire i colori, l’intensità del segno, come anche la delicatezza della pittura di Del Giudice. L’azione proposta dall’artista è sicuramente quella di fornire allo spettatore un’indicazione per la lettura, non tanto del ritratto, che si lascia guardare e riconoscere, ma della personalità di questi uomini celebri. Del Giudice vuole, in sintesi, accompagnare lo spettatore dentro l’uomo famoso e, attraverso il linguaggio della pittura, attraverso l’intensità di un vivace cromatismo, o ancora per mezzo della pacatezza dei toni scuri o della pastosità della materia pittorica, vuole scoprire il loro mondo interiore. La pittura di Ottavio Sgubin – 1941, vive e lavora a Pordenone - invece ha solide radici nella rappresentazione, non del reale in quanto raffigurabile, ma di quel reale che sta sopra la realtà stessa, e che si trasforma in visione. I suoi Barboni sono personaggi ignoti che non hanno identità, e, per l’artista, non hanno neanche un volto, non sono identificabili. La loro esistenza è anonima anche se il loro “esistere” è inserito in un contesto urbano che si manifesta artificioso, e come tale in netto contrasto con la ricchezza della società dei consumi. L’atmosfera, a volte irreale, dà corpo ad una drammatica esistenza, ne sottolinea l’espressione rassegnata di uomini senza volto, di uomini che si perdono in uno spazio dove regna la solitudine, ma anche una stravagante dignità per la singolarità di una scelta di vita, fuori dagli schemi, ma soprattutto fuori dalle regole del consumismo che condizionano i rapporti sociali di molte persone. Sono visioni, quelle offerte da Sgubin, che ci spingono in un mondo a noi estraneo, ma che all’interno di esso “si disegna d’intorno, la fredda geografia della storia, la quinta, il fondale inesorabile del teatro sociale, cantone di palazzo, incrocio di vie senza nome, griglia di vetrata, rampa di scala mobile, acciaio plastica di deserte stazioni, anditi dei transiti sospesi”, come per altro ebbe modo di sottolineare Vincenzo. Consolo, nella presentazione per la mostra personale di Sgubin a Treviso nel 1997.
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