SARAH SEIDMANN

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Sul tavolo c'è un dono per me, 2007

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Pattini 2007, 61 x 45 cm

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Praga 2007, 26 x 26 cm

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Il nodo del Sacro, 50 x 70 cm

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Scala... per salire 2008

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

A parte il tempo in cui, bambina, mi immaginavo medico in Africa, girare su una Jeep anche in abito da sera, dopo non mi sono mai più immaginata in ruoli o luoghi diversi da quelli dell'arte. Ho sempre disegnato, manipolato materiali, colori, tele...

Nel 1967 mi contrappongo ai genitori che desiderano per me un futuro maggiormente garantito; scelgo di frequentare l'Istituto d'Arte di Venezia. Così com'è lotta in famiglia, così è anche la mia vita a scuola: mi sento sempre contrastata e non ottengo le risposte che mi aspetto. Vivo con un senso di diversità le mie ricerche estetico-culturali e il bisogno di conoscere. Non è certo facile orientarmi con il modo di vivere usuale di chi mi è intorno. Il momento politico è unico, la Guerra dei Sei Giorni in Israele, il Teatro di Ca' Foscari, gli amici artisti "grandi", Toni Benetton, Carmelo Zotti, Giorgio Teardo, Amedeo Renzini... Tutto mi impegna e la scuola è "stretta" e retrograda.

Partecipo a qualche collettiva e a qualche mostra a premi, vincendo più di una volta.

Trascorro, fra il 1970 e il '75 qualche estate a Toulouse, in Francia e poi a Parigi. Questi soggiorni sono molto stimolanti e incisivi per le visite ad alcuni musei, la scoperta di luoghi e gli incontri con alcune persone veramente straordinarie, che ho la fortuna di conoscere e che da giovani, in Russia, avevano aderito agli albori della Rivoluzione d'Ottobre e che in seguito erano emigrati a Berlino.

Frequento poi un teatro sperimentale dove scopro con entusiasmo Becket, Jonesco col suo teatro dell'assurdo. Nel 1976 trasloco col mio compagno ad Asolo. Tutte le mie cose, libri, oggetti, frammenti, li metto in scatoloni e vado. Mi si offre la possibilità di esporre in una personale al QUADRAGONO ARTE di Conegliano Veneto. Penso che sarebbe bello portare semplicemente gli scatoloni in galleria. Poi, un po' per paura di quello che sento di fare e che mi pare inedito e un pò rianalizzando tutte le cose decido di disegnarle per capire quale sia il mio coinvolgimento e quali le ragioni. Presento dunque disegni, collage, chine, acquarelli e piccoli oggetti in terracotta che riproducono le cose e le trasformano in altra materia. Ho bisogno di ricollocare questi frammenti di storia di vissuto e relazioni, o di separarmene, liberandomene. (Cosa che mi riesce con difficoltà). Questi lavori hanno un valore di "Memoria", di "Casa". E' come uscire da me stessa e vedermi contemporaneamente dentro... o ... fuori... o forse il dentro e il fuori possono coincidere... Da Asolo, nel 1982, mi trasferisco a Milano.

Lì, nella Galleria Lyda Levi allestisco la mostra LE SETE. Sono quadri dipinti su tela di seta, che hanno una bella texture lucida e opaca e ci dipingo immagini attribuibili al Primordio, cieli, nuvole, l'albero di Eva. La pittura è stesa attraverso dei segni "codificati" in numeri (Cabala) e parole, così come si può parlare anche di filosofia. Dipingo contemporaneamente su piani differenti della struttura del tessuto, per ottenere uno sfondo vago e lontano in rapporto ai segni che stanno "sopra". Nel 1984 faccio un viaggio studio a New York dove mi fermo alcuni mesi. Questa è una grandissima esperienza che avvalora certe mie intuizioni e che mi da l'autorizzazione di sentirmi "libera cittadina del mondo". Capisco che devo entrare di più nella natura delle cose e dei luoghi. Mi appassiono al tessuto quale "medium" espressivo che trovo quanto mai attuale, tanto che organizzo, nel 1988, una grande mostra TRAME NELLO SPAZIO, patrocinata dal Comune e dalla Provincia di Treviso, dove invito i fiber artisti più significativi in Italia e all'estero, con un catalogo e la presentazione di Diana de Rham, segretaria generale del Centro Internazionale De La Tapisserie con sede a Losanna, riferimento mondiale per le Biennali. Nel 1990 sono a Vienna, all'Atelier Am Spiettelberg, con la mostra AMBIENTE ITALIANO.

Mi trovo a fasciare tutto ciò che fa parte del luogo e che non è prodotto da me. Segno col pennello bianco, a terra, le tracce di un percorso che consacro quale via "obbligatoria" di visitazione. Oltre ai lavori con texture ingigantite, appendo dei lavori che sono "fogli di appunti", con annotazioni, scritti, frammenti di poesie, riflessioni esistenziali...Questi quadri "copriletto", per dimensione, e in parte anche in rilievo perchè imbottiti, devono riecheggiare ad occhi chiusi, sensazioni tattili, devono diventare un mezzo fra il mio corpo e l'esterno, ma possono anche essere appesi come quadro-arazzo e per chi è stanco di vederli, possono essere riposti in armadio o tranquillamente cacciati in lavatrice.

Comincio a sentirmi intorno lo spazio come un vuoto non definito, da "misurare", da riordinare e conoscere. Questi scritti sono diventati fisicamente delle installazioni in uno spazio aperto che diventa, attraverso una corda tesa, uno spazio "Casa", dove vivere e pensare. Quindi il vuoto, spazio, aria, cielo... Oriente e Occidente, visioni di spazi dilatati, infiniti. Comincio così un nuovo periodo (non lontano dai precedenti) di ri-visitazione del mio quotidiano.

Uno degli oggetti che caratterizzano maggiormente la mia ricerca è senza dubbio il materasso che, per come viene confezionato artigianalmente, si incornicia da sé con il tipico rotolino rigonfio che gli gira tutt'attorno... La prima mostra di questi oggetti è nel 1989 alla Cascina Stal Vitale a Osmate, Varese. Ne seguono parecchie altre, sopprattutto all'estero. Coi materassi infatti espongo a Vienna, in Germania, in Ungheria nel 1992, in Israele nel 1993.

In seguito il Blu e l'Oro si liberano anche dalle forme. Ritornano a essere grandi drappi dipinti con tempera all'uovo, appesi morbidamente al muro. In realtà la tela, per la sua struttura costruttiva, per la sua storia e per la sua duttilità nell'impiego, mi permette anche di rivestire i miei oggetti come ho fatto anche da piccola "incartandoli" per il piacere che mi danno nel vederli preservati, privati, non disponibili, mentre all'esterno vivono con un altro valore altrettanto interessante. Scrivo anche delle lettere su fogli che sono lastre di vetro che incido con la scrittura.

Su tre di queste scrivo così: In una notte... l'acqua sembra densa e impenetrabile, (è la visione di notte della curva lungo l'argine del fiume Brenta quasi davanti a una villa Palladiana) il cielo denso e mobile; farne parte, misurare lo spazio. Spazio fra me e il cielo: le dita della mia mano sinistra in direzione di una stella. Senza le mie dita la stella è molto lontana. Lo spazio è un dubbio: devo sempre individuarlo. Alba... Tramonto... superficie che devo percorrere per andare da Venezia a Praga.

In questa circostanza, oltre che al dentro-fuori, si fa sentire anche il sopra e il sotto.

Così, quando mi invitano a esporre al Museo OF DECORATIVE ARTS a Praga nel 1992, in questa sede seconda del museo, una ex chiesa, mi pare ideale integrarmi a un uso del luogo che è stato sicuramente intriso di energia spirituale che gli è stata data da tutti quelli che lo avevano consacrato nei secoli, con meditazioni, pensieri e propositi positivi. Decido di posizionare al centro del tempio due enormi "nidi". Questi nidi, di m. 2 x 2 circa, ricavati dal mio antico tovagliolo fra le pieghe del quale c'è l'uovo blu, sono vuoti, deserti. Uno è di ferro spesso, arruginito, cattivo, l'altro di intrecci di rami di castagno: identici fra loro per forma e misura ma contrari per materiale e durezza; scenari inediti di ogni possibile umano accadimento mentre dei veri uccellini fuori e dei suoni registrati di uccellini dentro si confondono e confondono la situazione. L'acqua scrosciante di sorgente inoltre ci riporta alla "fonte", all'inizio dell'Esistenza di qualsiasi forma di vita...

Nel 1995 partecipo con una grande lettera documento, My Mother's Passport, alla Triennale di Lodz, in Polonia. Questo è il paese dove è nata mia madre e che in famiglia è innominabile a causa delle estreme ingiustizie e delle sofferenze fatali vissute. Questo lavoro è dipinto con tempera all'uovo e mi ha permesso, nelle infinite sovrapposizioni di scritture, di far intuire qualche parola, qualche simbolo e una stella di Davide che nella sovrapposizione delle scritture diventa più scura e quindi più leggibile ed emergente dal fondo. Il tutto sembra una grande carta copiativa usata per scrivere le vicende del mondo intero e tenuta gelosamente ripiegata in tasca, con la possibilità di toccarla, sentendola con le dita. Uso dei rami d'albero che ho raccolto e ho legato strettamente insieme con dei fili di ferro, per porre davanti all'arazzo-quadro, una sorta di "nido" con l'uovo blu.

Dopo un bellissimo soggiorno in Israele dove mi invitano per uno stage conclusosi con una mostra, conosco tanti interessanti artisti dell'Est, (Katharina Zavarska, di Bratislava, Ewa Latkoska di Varsavia...). Perciò è un piacere quando mi invitano a Bratislava, in Slovacchia alla mostra COMMON SPACE, che è alloggiata in un antico parco. Lì installo una grande forma ogivale fatta di piccoli tranci di corteccia e specchi, il tutto impiantato per terra per "catturare" dal cielo, dal Sopra, la luce per poi illuminare la terra, il Sotto. A Roma, nel 2000, ripropongo il positivo-negativo con due materassi, uno blu con imbastita sopra, con del filo-spago bianco, la traccia di un mio abito e un altro materasso d'oro che supporta un abito uguale a quello segnato, ma realizzato con feltro di lana bianco come le scarpe che stanno per terra, davanti.

Mi rendo conto che tutto appartiene a una dimensione infinita, che nella ritualità del quotidiano, la verità si svela in gesti che si susseguono, si differenziano ritualmente, senza per questo sentire il bisogno di vociare "sugli effetti". Il Dentro è un pacchetto regalo che conservo con amore e il Fuori... un viaggio che si rinnova sempre in uno moto infinito.

Sarah Seidmann

Treviso, 30 giugno 2008


Una donna in bilico

Ci sono stanze in cui si rimane non di ritorno da qualche altro posto e neppure a preparare l'uscita successiva.
Sono spazi in cui il tempo, pur rimanendo fatto di istanti, si dilata di quel tanto che consente a un Uomo in bilico – come chiamava Saul Bellow il protagonista di un suo romanzo ambientato fra quattro nude pareti – di riflettere sulla condizione, sui limiti fisici e sui termini etici del proprio agire; di un'esistenza che solo in una pausa del suo divenire può acquisire coscienza dell'essere.

Nella sospensione delle stanze di Sarah e nell'impronta in rilievo dei loro oggetti si sfibra la normale dialettica fra stasi e movimento, fra interno ed esterno, che non si danno più quale negazione uno dell'altro, ma assumono forme in grado di esprimere la loro necessaria complementarietà: la curva riposta d'uno scrittoio decò – carena sicura con cui galleggiare sulle esperienze – e l'aperta verticale di una facciata si compongono in archi e rettangoli nel grande foglio che pende immobile – pagina-arazzo, spazio virtuale e comprimibile della mente – per tornare forse a ripiegarsi come lettera in un taschino con la stessa disinvolta naturalezza che presiede all'ostensione a parete delle sue dorature; materassi trasformano la tepida ombra che vi si dovrebbe imprimere nell'espandersi muto di una sagoma che è anche volume, una sorta di morbido Golem; sopra a una mensola, una scatola col suo fiocco è a portata delle nostre dita, ma sembra emergere da una compressa lontananza, traslucida di cera e di promesse, una delle quali sussurra che forse il dono si schiuderà nella forma aperta, carezzevole e materna di un nido come quello che sboccia pochi passi oltre.
Non servono ali, per giungere ad osservare le sue anse di spazio, mentre leggerezza di corpo e di volo si nega all'uccellino che sta senza impulsi nervosi accanto alla sua casetta divenuta piccola fortezza blindata, sulle cui lamiere la scrittura si posa come a rammemorare conclusi e irripetibili volteggi all'aria aperta.

Calano spesso, in queste stanze, le parole sulla superficie delle cose, a riattivare suoni e pensieri di viaggi, melodie di sillabe familiari o indistinti brusii di mercato.
Su un tavolino, l'immobilità di una natura morta alla Morandi assume toni surreali quando gli oggetti indossano un encausto di stoffa che pare alludere ad un imballaggio prezioso non ancora rimosso, ad una mancata rassegnazione dell'oggetto – anche il più umile – ad essere solo strumento dell'esistere; per cui anche una sedia preferisce ridefinire le geometrie di una situazione puramente spaziale, senza dar loro la statica pienezza di cosa.

Che sia il segno di un'indecisione di fondo? È innegabile che fra queste pareti aleggi il dubbio, insieme ad alcune melanconiche certezze: ad esempio sulla ciclicità con cui è destinato a ripresentarsi il bisogno di uscire, di condurre lo sguardo oltre i confini del proprio corpo trapunti sulla stoffa, e su come il
percorso che ne seguirà, pur senza condurre a risposte definitive, risulterà decisivo per continuare ad essere.
Accade allora che alcune tele aprano uno spiraglio sulle città che sono fuori – Venezia, Praga –, osservate da dentro la stanza con occhi che non sanno negare all'immagine memorie d'infanzia, ma non possono più essere ingenui. Come non può esserlo la fase esecutiva dell'opera, che per assecondare l'esplorazione dei margini solitamente taciuti deve muoversi sul filo della meditazione tecnica, di lavorii lenti e ripetuti nei quali la sostanza concettuale dell'ispirazione acquisisce spessore formale tramite le ripetute, lievi stesure di cera o il ritorno continuo della penna, a creare un impalpabile groviglio entro cui s'addensano piano, come in una privata foschìa del tempo, l'estuario di un fiume o una domestica laguna.

Dipinte o presentate nei loro frammenti, le stanze di Sarah ci mostrano così il luogo di una vigile attesa: ma non alla deriva nella piccola inanità quotidiana di un personaggio di Pinter, perché fra queste pareti tintinna anche nei momenti più desolati il sorriso candido di Sc'vèik, che aiuta a produrre uno sguardo dall'alto, dal fuori di sé, cosciente di quanto l'esistenza di ciascuno vada vissuta con rigore interiore, ma altrettanto consapevole della risibile leggerezza del nostro destino individuale nel flusso collettivo della storia.

Fulvio Dell'Agnese


Se si avvicina l'opera di Sarah Seidmann si avverte subito il manifestarsi di una bella attitudine pittorica che tende ad una costruzione del tutto particolare dell'immagine. Infatti Sarah sembra mirare alla negazione della figura senza tuttavia far perdere la nozione dell'identità delle singole forme, che ci appaiono come risultanti di agglomerati astratti, oppure di macchioline pulviscolari in movimento verso imprevedibili coesioni. In questo oscillare tra il sì e il no all'icona si inserisce il richiamo alla tradizione della Cabala, ad un misticismo che considera il mondo come un processo di emanazioni in qualche modo leggibili nella loro segreta natura di cifre, lettere, numeri, una natura che è situata più in là di quanto l'occhio possa rivelare come organo di senso.

E a questo punto si rivela anche una fortissima e insieme insinuante necessità di evidenziare attraverso soggetti ambientali appunto l'origine, il primordio, il collegamento con il mistero, con la "fonte illeggibile" di tutta la realtà.

Ecco allora ricomporsi, rimotivata una teoria di immagini che sfiorano talvolta esiti cari a tutta una tradizione di "manierismi", ma specialmente (ed è questo un substrato culturale innegabile nel lavoro di Sarah Seidmann) alle formalizzazioni del mondo orientale.

I luccichii, le dorature persistenti ci introducono nella favola, nel racconto incantato che si materializza e manifesta anche attraverso improvvisi e balenanti cambiamenti tonali oppure nelle delicate variazioni coloristiche degli sfondi. I quali, se costituiti dalla materia serica vengono a trovarsi particolarmente vivificati nella connivenza con essa. Ci si ritrova allora in territori contigui a quelli di Chagall per l'effervescenza fantastica delle suggestioni, qui per altro rivolte in modo più netto a un mite eppure pungente gioco, nel quale ogni tensione pare risolversi in carezzevole serenità.

Andrea Zanzotto

Dicembre 1982