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Copertina catalogo

Lla filanda 91 35x32

A letter to Manuel Chetcuti 89 140x100

Ny city blues n. 4 90 77x56

Il sole e la terra 07 70x50

Strati n 3 07 50x35

Il giallo dell'estate 07 50x50

L'acqua che scorre 93 50x50

Parole Licini 2006 50x50

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Nato nel marzo del 1934 ad Abbazia, già Istria, ora Croazia, da una famiglia
veneziana emigratavi nel 1800 e che aveva molti legami culturali con Vienna,
dopo il liceo classico a Venezia ho svolto studi scientifici a Padova,
tentando anche dopo la laurea una attività di ricerca. Sono arrivato da
autodidatta alla pittura, che amavo in fondo meno della poesia e della
letteratura, ma che mi pareva più "tattile". Mi è stata di grande aiuto nei
primi anni cinquanta la filosofia Zen, assieme al jazz, compagna di una
vita. I primi quadri ad olio su tela, astratti ma con un lontano
riferimento al paesaggio sono stati esposti nella mia prima personale a
Padova nel 1962; subito dopo una mostra a Vienna, alla galleria Nachst St.
Stephan, dove esponevano Rainer, Nitsch, Wotruba, (i miei lavori erano delle
colate rosse), è iniziato il mio rapporto con le gallerie Cardazzo:
Cavallino (otto personali) e Naviglio (una).
Ho iniziato a studiare ed amare la lingua e la letteratura
anglo-americana che ero un ragazzino, e ciò ha forse influenzato i miei
viaggi (era fondamentale allora uscire dall'Italia) che hanno colpevolmente
sempre escluso l'Est e l'Oriente. Negli anni Sessanta sono stati importanti
i contatti e le amicizie con artisti inglesi come Turnbull, Robyn Denny,
John Hoyland, Richard Smith, Manuel Chetcuti, lain Patterson e tedeschi,
Thomas Lenk, Pfahler, Gaul, Geiger.
Sono sempre con me i ricordi di Stonehenge e dei siti preistorici
scozzesi tipo Callanish o dei templi maltesi, tipo Hagar Qim. Una volta
cominciata a frequentare New York è iniziata l'amicizia con Michael Goldberg,
un fratello e un maestro, e sua moglie Lynn Umlauf, e Lucio Pozzi, Marthe
Keller, Nick Ghiz: con incontri o influenze di Marden, Mangold, Tuttle,
Ryman; senza contare jazzisti e poeti.
Ho cominciato ad insegnare all'età in cui gli altri smettono, ed ho
tenuto corsi o lezioni, naturalmente in inglese, in Gran Bretagna (Sheffield
e Norwich), poi per diversi anni ai corsi post-graduate della New York
University, per approdare successivamente ad una cattedra di pittura
all'Accademia Belle Arti di Venezia, e nel prossimo anno accademico ad un
incarico di Storia dell'Arte contemporanea all'Università Cà Foscari di
Venezia. Come a dire che più si capisce di non capire e più ti chiedono di
insegnarlo...
Nato in una casa in mezzo ai boschi che era alta sul mare, ho continuato ad
amare la natura, viverci in mezzo e lavorarci. Vivo e lavoro dal 1 973 a
Sambughè, comune di Preganziol, nel Veneto distrutto.
Paolo Patelli. Le realtà della pittura
In un’epoca come la nostra, nella quale tutta l’attenzione appare
rivolta alle superficiali e multiformi fenomenologie dell’effimero e del
momentaneo, risulta forse difficile avvicinarsi all’opera di Paolo Patelli,
caratterizzata dal ponderato dipanarsi di un lungo percorso improntato alla
duplice, meditativa processualità della decantazione e dell’affioramento a
partire dalla concezione della cultura pittorica come vivente unità di tutti
i dipinti che mai sono stati o mai potranno essere dipinti.
Provvisto di una solida formazione scientifica, il suo precoce approccio
alla pittura è avvenuto, al di fuori delle limitanti diatribe allora in atto
tra figurazione e astrazione, tra Neorealismo e il cosiddetto Astratto –
Concreto, nell’ambito delle molteplici galassie dell’Informale.
Vicino e attento ai protagonisti dello Spazialismo Veneziano, le sue scelte
cadranno su Gorky e i suoi improvvisi e sognanti vortici di immediatezza e
di riflessione , di raccolta gestualità e di visione, sul fraseggio e sulle
libere improvvisazioni della musica Jazz, sulle dissonanze, gli spaesamenti
e i correlativi simbolici della nuova poesia anglosassone, su Wols, su Sam
Francis, sulla splendida tensione delle aeree Primavere e dei
rutilanti Papaveri di Tancredi, con esiti di una sensibile
organicità, un po’ vegetale. Anche il rigore materico e la sospesa
temporalità di Tàpies verranno in seguito suscitando il suo interesse.
Al pericolo di affogare nelle sabbie mobili di una sorta di pur
raffinatissima pasticceria tardo – informale, Patelli verrà tuttavia
ben presto reagendo, avvertendo il bisogno di stesure piatte , di limpide e
semplici geometrie: quasi un ritorno all’alfabeto, all’A. B. C. della
pittura.
E tuttavia, lungi dall’idolatrare idealistiche apparizioni euclidee, eccolo
allora contrappuntare tali uniformi e compatte superfici di, apparentemente
accidentali, ancorché ordinate aggregazioni di ripetuti elementi circolari
realizzati però, non ricorrendo a righelli o adesivi, bensì ad ausili
oggettuali, quali semplici piatti, con accuratissima manualità. Una
personalissima declinazione della pittura Hard Edge quindi, nell’ambito
della quale proprio una particolare attenzione all’oggettualità porterà
Patelli prima a sostituire alcune parti dipinte con materiali nuovi quali la
plastica o il plexiglass e quindi a realizzare grandi shaped canvas
monocolori.
Il passo successivo lo porterà a superare ogni residua concezione del
quadro – finestra, racchiudente in sé uno spazio virtuale diverso da quello
da esso realmente, fisicamente occupato.
Svelatasi quale oggetto dipinto, l’opera pittorica verrà allora
perdendo la propria totalizzante e metafisica unità per scindersi in
più parti in grado di dialogare alla pari con lo spazio reale.
Un diverso procedimento questo, frutto di una nuove progettualità,
tale da comportare una essenziale rifondazione concettuale e percettiva
dell’operare artistico , al punto che, come avrà modo di scrivere lo stesso
Patelli nella sua autopresentazione per una personale alla veneziana
Galleria del Cavallino: “In un allegro periodo alessandrino, questo amato
odiato 1968, l’arte può essere per breve tempo fatta come analisi del
linguaggio stesso dell’arte.”
E’ particolarmente interessante notare come già allora la validità dei
programmi della Pittura Analitica, basati sulla presunzione che fosse
possibile eliminare dall’opera ogni ulteriorità imprevista rispetto ai dati
di partenza, nei quali andavano ricompresi anche i precetti combinatori ed i
mezzi utilizzati nel corso dell’esecuzione, che doveva essere il più
possibile predeterminata e asoggettiva , fosse ritenuta momentanea e
insufficiente.
Al di là delle incongruenze gnoseologiche - da cui traevano fondamento
tali assunti – in seguito evidenziati dalla radicale critica ai dogmatismi
della tradizionale dicotomia fra giudizi analitici e sintetici,
approfondita, ad esempio da Quine, ciò che salverà Patelli dal rischio di
una vuota esibizione del mestiere della pittura, se non , peggio, da un
suadente quanto inutile styling, sarà da un lato la capacità (rafforzata
oltre che dalla sua già citata , profonda preparazione scientifica, dalla
consuetudine con quello che potrebbe essere definito un Poverismo
Internazionale: da Keith Sonnier a Eva Hesse, solo per fare qualche
nome) di riconoscere e mettere a tema i valori, la forza e la bellezza dei
materiali e delle cose, e, dall’altro, la pervasiva e ineludibile coscienza
che la pittura vive dell’intero svolgimento dell’insieme dei suoi
irripetibili eventi.
E’ da questo intensissimo coagulo di significati e di riflessioni, di
pulsioni e di sentimenti che troveranno origine sia una particolare
sottolineatura delle caratteristiche di duttilità, di flessuosità e di
morbidezza di celluloidi, reti, pellicole gomme, resine, spesso appese e
liberamente fluttuanti nello spazio, o avvolte in assemblaggi e grovigli
persino incongrui, con esiti talora di una durezza d’impatto tale da
attingere a poetiche Punk, sia , per converso, una rinnovata
attenzione al dipingere, in un orizzonte che si estenderà dal realismo
di Robert Ryman (in quanto operare che appartiene alla realtà fisica) alla
gestualità psicodinamica di De Kooning, alla pennellata di Michael Goldberg,
dal colore mistico e contemplativo di Rothko, alla fisicità cromatica di
Gerhard Richter e alla ritualità sciamanica di Beuys.
La pittura verrà allora dilagando in mari di colore all’interno del quale si
sviluppa il moto incessante degli intervalli e delle tensioni luminose, in
un continuum sincopato dalla suddivisione analitica dei
supporti in molteplici pannelli, in un ininterrotto gioco di emersioni e di
occultamenti, di contrasti e di espansioni, con la parete, in un susseguirsi
di eventi eidetici che hanno la consistenza della res, e di cose
che manifestano e alimentano espansive ed erratiche virtualità.
Patelli, come egli stesso affermerà, cerca così di ottenere densità ideali
ed emotive che superino la pura visibilità, per suscitare nascoste, ma
efficienti energie originarie, come nei menhir, nei totem, nelle reliquie,
o, per altro verso, sembra impegnato quasi a ricreare demiurgicamente il
peso, la consistenza vitale e dinamica della natura.
In ogni caso la componente oggettuale dell’opera non sarà mai qualcosa di
banale, di rimediato, di semplicemente trovato, essa appare infatti sempre
filtrata e ricreata attraverso un sistema di visione.
La pittura, in una sempre nuova e diversa sintesi di strumenti, di mezzi, di
concezioni e di modalità, viene così proponendosi, nell’ambito di una
visione panteistica, quale tramite universale di ogni istanza umana.
Può, ad esempio, avvalersi del sottile leggerissimo candore della carta,
intesa non come tabula rasa, dimensione puramente mentale, bensì come
foglio in grado di consentire una particolare agilità di segno e di
stesura, per liberare aeree variopinte scritture di paesaggio,
oppure può accentuare l’aspetto poietico del dipingere , eliminando
il pennello o qualsiasi altro medium, per agire direttamente con le
mani, investendo i pigmenti e i supporti con la propria energia
corporea, oppure sfiorandoli e accarezzandoli, quasi in un atto erotico.
Azioni, gestualità, comportamenti culminanti nella serie delle Proiezioni
del mio corpo, dei primissimi Anni Novanta che possono avere come
sfondo più lontano la nuova concezione di esistenzialità spaziale
mirabilmente sintetizzata nelle celebre frase di De Kooning: Se stendo le
mie braccia intorno e mi domando dove sono le mie dita, ecco ho tracciato lo
spazio che basta a un pittore, più prossimo, le ritualità orgiastiche e
dirompenti, la riappropriazione delle forze creative del corpo e delle sue
scariche emozionali, ma anche l’ironia mortale nei confronti del gesto
eroico proprie all’Actionismus della cosiddetta Scuola di Vienna di
Hermann Nitsch, Gunter Brus, Otto Muhl, Rudolf Schwarzkogler e soprattutto
di Arnulf Rainer.
Al prevalente senso di oscurità, di eccesso e di scoppio istantaneo, di
catastrofe e di morte degli austriaci, Patelli oppone però il suo senso del
colore e delle sue possibili variazioni e interferenze, dei suoi
cangiantismi sottolineati dalla mescolanza di frammenti micacei in grado di
accendersi, brillare, innestare sorprendenti viraggi a seconda degli angoli
di incidenza della luce e dei moti dei riguardanti, coinvolti quasi in una
sorta di reinventata esecuzione partecipativa del fruitore, tipica
delle cosiddette ricerche cinetico visuali, qui però depurate da ogni
ideologia tecnicistica, per portarle a una più vitale e comunicativa
dimensione esistenziale e addirittura umanistica, dal momento che
l’esplicarsi generativamente dell’azione pittorica dai punti di snodo della
figura induce a delle costanti che fanno emergere nel quadro incancellabili
effigi, ineludibili simulacri archetipici in grado di evocare un ampio
spettro di significati: dall’antica iconografia della vittoria alata, alla
trascendente sacralità della crocifissione, alla affermazione laica del
celebre uomo leonardesco.
Ancora una volta Patelli appare comunque in bilico tra registrazione e quasi
sindone della sua ritualità comportamentale e la tentazione, il grumo
d’immagine: pittura cioè come testimonianza dell’autore, ma, nello stesso
tempo anche come delineazione di icona, concepita non tanto come imitazione
o richiamo referenziale, quanto piuttosto quale sfuggente,ma vitale sintesi
emblematica.
In ogni caso dopo tali flagranti affermazioni della gravitas e della
voluntas, sulla base di una sempre più sedimentata saggezza,
corroborata forse anche dalla pacifica e meditativa sapienza degli
insegnamenti del Buddismo, nei suoi lavori più recenti, immersi in un
biancore vellutato e caratterizzati dal trasmigrare di mobili,
impercettibili segni, dal fiorire di trasparenti, equoree stille di colore,
Patelli verrà praticando la grazia della levitas.
Si tratta di una pittura che nasce forse da una lontana, riaffiorante
memoria pollockiana: un riferimento questo divenuto comunque pressoché
totalmente altro. Lo spruzzo, il gocciolio cromatico lungi
dall’essere una testimonianza materica della continuità della danza
gestuale attraverso la quale il demiurgo americano cercava il proprio
equilibrio e il proprio ordine nell’immersione panica nell’universo,
nell’europeo Patelli acquista infatti significative trasparenze in grado di
alludere, come in un moltiplicarsi di leggerissime sfere magiche, a
imprevedibili profondità virtuali, enucleando fragranti microcosmi, vere e
proprie autonome monadi - elementi costitutivi e conoscitivi di tutto
l’universo – ricche di cristallina energia.
Patelli sembra così silenziosamente suggerirci che non serve imporre nulla,
che basta un cenno, una traccia, la aurorale freschezza della rugiada, la
limpida, diafana chiarezza di una goccia d’acqua a dire e a permeare di
nuovi sensi l’intero mondo.
Secondo Patelli non vi è insomma possibilità di attesa o ricerca di
redenzione finale, vi può essere però, per l’uomo come per tutti gli esseri,
momento per momento, il raggiungimento di uno stato migliore.
Per Patelli è infatti questione di qualità creativa, anche se per lui
creatività e umanità sono ovviamente inscindibili, come d’altronde l’uomo
non si può separare dalla natura e la natura concorre a dar vita alla
totalità dell’universo.
Bene e male sono termini dialettici reciprocamente implicantisi, eppure non
è la stessa cosa lasciare che il male si espanda tra noi, o, viceversa,
confinarlo nella sua dimensione antagonistica di mero significato. Da ciò
il profondo contenuto positivamente etico della sua pittura.
Se mi è possibile concludere con una sensazione puramente personale, i più
recenti dipinti di Patelli mi fanno ritornare alla mente una consuetudine
familiare.
Ricordo che quando ero bambino, una delle più grandi gioie di mio papà era
andare a cogliere, di stagione in stagione, i primi frutti, per offrirli a
mia mamma e a noi figli.
Tutto assumeva l’aspetto di un rito, accompagnato da sapienti parole sulla
qualità, le vicende climatiche, gli attributi del frutto migliore.
Il fico più buono, ad esempio, si poteva scegliere dalla goccia di stillante
miele che ne fuoriusciva.
E in quella lacrima ambrata noi gustavamo tutte le dolcezze del mondo.
Così come ora, divenuto adulto, nella rorida e rarefatta pioggia di colore
dei quadri di Patelli mi pare di poter godere di molte delle delizie della
pittura.
Dino Marangon, PAOLO PATELLI, CARTE, Terraferma editore 2007 |
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