LA LUCE OLTRE LA FORMA
Alessandra Bonoli, Michele De Luca, Domenico D'Oora, Albano Morandi, Manilo Onorati

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15 OPERE DEI 5 AUTORI DI QUESTA MOSTRA

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Luce e forma sono elementi linguistici che caratterizzano la ricerca dell'arte astratta fin dalle Avanguardie Storiche: ciò perché la ricerca artistica ha voluto, con quelle interessanti esperienze, uscire dalla pura rappresentazione della realtà o delle cose della natura, per aprire ad un percorso creativo nuovo che avesse per tema l'analisi del linguaggio dell'arte e non fosse soggetto all'interpretazione, in stile crociano, dei contenuti.

Parlare di luce e di forma è come immergersi nelle più interessanti esperienze dell'arte contemporanea, rivedere un percorso espressivo che trae origini dalla figurazione di fine secolo di Previati o di Pellizza da Volpedo, per poi attraversare il dinamismo (luce e forma) di Balla, e dopo la parentesi del novecentismo, arrivare alle proposte di Formai o a quelle americane dell'Espressionismo Astratto. Senza però, contemporaneamente, estraniarsi dalla ricerca di Brancusi in scultura e tenendo presente, chi prima o chi dopo di lui, ha contribuito a dare alla forma una propria autonomia espressiva.

Per questi motivi ogni progetto di analisi e di riflessione riguardo l'aspetto linguistico ci porta da un lato ad affermare l'autonomia espressiva dell'arte e dall'altro a promuovere un percorso privilegiato tra artista e spettatore, affinchè "l'opera progredisca verso la chiarezza, verso l'eliminazione di ogni ostacolo tra l'idea e l'osservatore" (M. De Luca).

Sono questi i presupposti che ci portano a cercare un'unità espressiva (di cui però non se ne sente certamente il bisogno, poiché non è questo il tempo ne di promuovere movimenti ne di creare gruppi) che non abbia la finalità di coagulare in un unico linguaggio o in un uniforme gruppo cinque artisti (Alessandra Bonoli, Michele De Luca, Domenico D'Oora, Albano Morandi e Manlio Onorato), piuttosto di osservare e rendere evidente quanto della loro produzione artistica appartiene ad un percorso storico/linguistico e quanto dell'esperienza astratta si manifesta nell'analisi e nell'interpretazione di alcuni elementi che compongono il linguaggio dell'arte contemporanea. Anche se, a ben osservare esiste un filo rosso che muove dalla ricerca della luce nel monocromatismo di D'Ocra, per arrivare all'ideale di profondità proposta nei diversi piani cromatici di Onorato, affrontando le illusorie forme che De Luca traccia sulla superficie bidimensionale o nel seguire la disseminazione delle forme tridimensionali di Morandi, divenute ormai unica unità con sé stesse e lo spazio intimo; per poi spingersi fino alla scultura vera e propria e misurarsi fisicamente con la forma spaziale realizzata da Bonoli. Quindi se da un lato la forma è quell'elemento che registra l'atto creativo ed indissolubile del "fare", dall'altro la luce si fa metafora dell'assoluto, della percezione, ma è anche quell'elemento linguistico che da consistenza alla materia, al corpo pittorico. Attraverso la luce e la forma si esteriorizza non solo l'io dell'artista, in quanto capace di costruire forme, ma anche la sua personale concezione, visione e costruzione del mondo attraverso l'esercizio della pittura.

Queste opere, di natura astratta per la loro immediatezza percettiva (però se da un lato Morandi ci mette in una situazione di contaminazione linguistica, dall'altro Bonoli ci propone un'ulteriore astrazione simbolica delle sue forme scultoree), non propongono particolari rimandi ad una qualsiasi forma di figurazione. Tutto contribuisce alla costruzione di un dialogo immediato tra opera e spettatore ed estraneo a qualsiasi mediazione concettuale o esemplificativa.

Con questi presupposti e considerazioni - decisamente separate e autonome per ogni artista - va dunque letta questa mostra nella quale convivono in modo dialettico alcune forme linguistiche articolate e diverse fra loro. Non dunque l'intendo di parlare di un'unità espressiva quanto piuttosto elaborare una lettura che veda le opere di questi artisti pervase da momenti creativi comuni nei quali è la luce ad avere un ruolo determinante, perché sostenuta da un'idea di pittura, nella quale però anche la forma trova una forte identità senza per questo che alcuno degli elementi linguistici possa risultare risolutivo nella specificazione di uno stile o di una finalità espressiva. I temi aperti da questi artisti - di cui vedremo individualmente la dominanza linguistica - si manifestano come una personale ed autonoma interpretazione di un modo di "fare arte", e nel contempo, come tutte le espressività dell'arte contemporanea, appartengono ad un percorso individuale che ha nella storia dell'arte il serbatoio linguistico nel quale attingere e col quale confrontarsi e dialogare non solamente come processo storico evolutivo, ma anche come stimolo per innovazioni e cambiamenti. Pensare all'esistenza di un'arte racchiusa dentro confini linguistico-formali significa togliere all'arte la sua specificità di essere nello stesso tempo costruzione di un nuovo linguaggio e dall'altro di dare allo stesso linguaggio una propria autonomia espressiva.

 


Omphalos 2001
ferro e cemento L. 750 cm


Le sculture di Alessandra Bonoli sono contemporaneamente metafore ed espressione della pura forma. La ricerca dell'artista faentina non è però limitata alla forma assoluta, anzi il suo scopo è quello di dare origine ad un dialogo tra forma e luce. Un dialogo che avviene seguendo le direttive dello spazio caratterizzato da un susseguirsi di pieni e di vuoti, di ascendenze e di discendenze, di spigolosità e di rotondità, di interni ed esterni, di contenuti e contenenti. Su queste caratteristiche interviene il colore che seguendo queste cavità disegna un'altra luce che a sua volta varia seguendo la diversa collocazione nello spazio interno o esterno. E in questo secondo luogo il rapporto con la luce si trasforma in un scambio continuo, poiché ciò che segue la stessa forma dell'opera è la luce che la contorna nel suo movimento percettivo. Questi elementi sono quelli che, prima di divenire opera finita, appartengono alla progettazione, all'idea della forma, spesso intesa come traslato dell'universo e degli spazi immensi ed incommensurabili: la scultura è quindi forma pensata in quanto oggetto e sensazione del pensiero. È la ricerca di un'identità che non è altra dall'artista, ma che muove verso la creazione di una forma pura, quella capace di una "vibrazione dinamica che diventa vibrazione emotiva" (L. Mango).


Termine al centro 2003
olio su metallo e legno cm 180x122


Michele De Luca è, tra questi artisti, quello che maggiormente interviene nel mescolare l'atto pittorico, in quando momento del fare, e quello progettuale, dal quale la forma prende consistenza. Se in alcune sue opere meno recenti c'era corrispondenza tra forma e superficie, in altre, la forma perde quella sua esplicita identità materiale per divenire solamente percettiva. Crispolti aveva appunto definito che dell'artista lavora in "situazioni d'epifania luminosa entro contesti d'evidenza materiali (anche metallici) e lavora in situazioni di trasparenze luminose che assumono valenze di tensione lirica quanto di induzione emotiva e di riscontro psichico. E una luce sempre più spiazzante, metareale, aliena".
Il privilegiare dunque la pittura come il linguaggio più appropriato all'espressività della luce, fa del lavoro di De Luca lo strumento mediante il quale si da solidità all'idea di spazio come il luogo nel quale la stessa azione del fare si identifica con quello più consapevole della ricerca. Nell'opera convivono, in forma decisamente dialettica, il materiale che compone la superficie e altre caratteristiche della pittura come la trasparenza (che segna illusorie profondità) e l'opacità (che da consistenza ai falsi piani pittorici). Emerge quindi la certezza che è la luce a dare corpo alla materia; contemporaneamente nell'azione progettuale si consolida la convinzione che ogni forma può essere percepita attraverso la similitudine del linguaggio della pittura.


Icclspns 2002
acryl/mdf cm 130x100x3


La pittura quasi monocromatica di Domenico D'Oora può apparire, in un primo momento, come una mera ricerca sul colore. Di fatto lo è se intendiamo il colore come espressione della luce, delle gradazioni coloristiche come momenti di variabilità della luce stessa, attraverso le stratificazioni cromatiche o la rifrazione della luce. Vi è, in questo processo produttivo del "fare pittura" la consapevolezza, da parte dell'artista, che non ci può essere istintività ne immediatezza nella pittura, ma una forte convinzione della validità della pittura in quanto linguaggio espressivo. Il passaggio dal colore alla luce diventa quindi il risultato di una riflessione razionale che nasce dalla consapevolezza che la pittura non ha limiti prestabiliti proprio perché l'orizzonte della pittura ha una dimensione variabile poiché ad un colore, nel divenire del fare, se ne aggiungono altre migliaia, aprendo così allo spettatore un panorama vario e sempre più impreciso, sempre più problematico; comunque sempre teatro della luce. Attraverso le velature, le sovrapposizioni cromatiche, la ricerca pittorica va affermando una propria autonomia, e per questo D'Ocra viene enfatizzando, su uno spazio comunque bidimensionale, ogni atto espressivo capace di mutazioni cromatiche, tali da originare un rapporto personale e diretto con il colore, come atto dinamico in continua evoluzione.


Architettura italiana 200
acquarello e collage su scatole alimentari cm 34x31x4


Difficile è, nell'opera di Albano Morandi individuare quale sia la priorità del suo fare. Se da un lato si avverte l'identità tra superficie e forma, dall'altro la stessa forma si annulla in un atto pittorico che si perde su una superficie la cui dimensione non si limita a quella puramente bidimensionale, ma abbraccia tutto un percorso compositivo e spaziale. Il suo lavoro si muove alla ricerca di una definizione spaziale; presume movimento, richiede attenzione percettiva maggiore che in altre opere. Tutte possono esistere autonomamente, nel loro ristretto rapporto di superficie-colore-forma, ma l'insieme va oltre, si materializza in un piano dinamico e percettivo nel quale si va esaltando un rapporto spazio-temporale che annulla ogni tentativo di singola interpretazione.
L'artista non limita il suo intervento alla pura creazione di una forma percepibile per sé stessa, ma interviene nello spazio contenitore. È lo spazio nel quale l'azione artistica si consolida e prende forma; ma è anche quel momento nel quale la pittura diventa il contenuto. Tutta l'azione di Morandi quindi va verso una definizione di uno spazio artistico totale, nel quale le stesse forme dialogano tra di loro in un contesto più generale nel quale la ricerca ultima è la ricerca di un'identità comune tra opera e spazio, questo perché "La scatola diventa scultura nonché cornice del quadro che come tale pende dalla parete" (P. Weiermair).


Senza titolo 2004
pastelli su carta cm 28x19


La pittura di Manlio Onorato è una pittura che si materializza gradualmente, in quel processo mediante il quale è proprio il colore, attraverso un dinamico movimento sulla superficie, che va a definire gli equilibri cromatici. Egli realizza così una composizione sfuggevole perché leggera, aleatoria, instabile, quasi vagante nel suo supporto bidimensionale, dal quale prendono consistenza i diversi punti luminosi; e le tenui velature, che l'artista realizza, a volte, trattengono la luce, la imbrigliano in un campo pittorico che trasforma i brevi barlumi di giallo in altrettante fonti di luce. Fonti perimetrate da impalpabili e vaporose pennellate di un tenue azzurro, come a creare un'illusoria profondità, un punto dal quale possa giungere fino allo spettatore, l'idea di un lontano orizzonte luminoso. Lo scopo è dunque portare in primo piano quello che il colore, nelle sue sovrapposizioni cromatiche, tende a nascondere o ad occultare; come una scarica pulsionale ed emotiva sprigionata entro il pluricromatismo della pittura. Un lirismo pittorico carico delle delineazioni cromatiche del blu, del rosso e del giallo, con alternative modulazioni coloristiche come lampi di energia luminosa in cui la luce si staglia sulla superficie. Tutto questo mentre l'infinitezza dello spazio - sebbene sia solamente uno spazio percettivo - permette alla pittura stessa di parlare di sé, di proporre una luminosità che gradualmente va mostrandosi agli occhi indagatori dell'osservatore.

Diego Collovini