ANNAMARIA GELMI

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ANNAMARIA GELMI. In questa esposizione, organizzata in collaborazione con l’Istituto di Cultura Italiano a Vienna (dove si è appena conclusa la mostra) evidenzia alcune indicazioni geometriche e architettoniche che aprono a molteplici riflessioni sull’indeterminatezza e sulla vaghezza dello spazio. Attraverso la metafora della soglia, o ancora della porta, l’artista fornisce all’osservatore, nello spazio illusorio e immaginifico (come solo la pittura può dare), una via per uscire dalla superficie ed addentrarsi nell’infinito, nel possibile vuoto. Si apre così uno spiraglio virtuale, che introduce verso nuove dinamiche interpretative che diramano oltre i confini del dipinto, per percepire l'infinito, il vuoto, il senza tempo. Una via verso cui muovere, per esperire le mille possibilità, che la ricerca artistica offre.

L’idea diviene una macchina che produce arte
Sol Le Witt

 Lo spazio, o meglio l‘idea di spazio, è il tema che attraversa tutta l’opera, per altro diversificata, di Annamaria Gelmi. Una prima idea di spazio viene proposta dalla pittura tra le congiunzioni geometriche delle linee sulla superficie; un’estensione indefinita in un luogo apparentemente limitato, ma in grado di contenere tutti gli sviluppi possibili dello spazio pensato o immaginabile. Questo è lo spazio pittorico, uno spazio contenente, al quale si associa l’idea di altro, di vuoto.

Gelmi, contemporaneamente, con sculture ed istallazioni, propone, non alternativamente, ma in modo complementare, un’altra idea di spazio; questa volta reale, tattile, sperimentabile, nel quale i corpi e i volumi trovano sistemazione, dialogano con l’ambiente attorno, fino a determinare un confronto con lo spettatore. Lo spazio dell’istallazione e della scultura si estende quindi all’in­ter­no di quel limite cui è contenuto. È questo uno spazio pieno.

Il concetto di spazio, che l’artista trentina interpreta, si configura come la sintesi di un esistere, di un modo di creare un luogo attraverso il quale esternare un personale rapporto con le idee, ma anche con le cose, con una realtà temporanea, con il presente, con il passato.

In questa duplice accezione di spazio, le opere di Annamaria Gelmi si alternano suggerendo due percorsi di lettura distinti: uno induce a seguire il viaggio della fantasia, alla ricerca di un’idea di pittura, che si realizza attraverso i suoi elementi espressivi più specifici e propri – come il colore e il segno – e dall’altro la scultura, la costruzione di una forma tridimensionale che crea un luogo architetton­ico immediatamente percepibile.

Ogni presupposto di lettura però non può tendere alla separazione o alla distinzione di due modi espressivi, si tratta piuttosto di far sì che due linguaggi, due sistemi comunicativi possano dialogare tra loro in forma dialettica, alternando le riflessioni sul pieno a quelle sul vuoto, sul contenuto, sul contenente.

La pittura di Gelmi non nasce da una spontaneità immediata, né appare essere espressione di uno stato esistenziale. È una pittura che origina dalla progettualità, da un processo di razionalizzazione degli elementi linguistico–espressivi. Un operare che – proprio per i suoi presupposti razionali – non sembra essere completamente estraneo al processo intuitivo e conoscitivo proprio delle scienze. Nelle opere pittoriche l’impianto compositivo è di tipo geometrico, come per altro in scultura predomina quello architettonico. Un’interpretazione dello spazio artistico contrapposto a quello teorizzato dalle scienze. È quindi evidente che lo spazio appartenente all’arte è – comunque affascinante e coinvolgete – concretamente diverso da quello oggetto di studio della fisica. La scienza deve occuparsi dello spazio in termini matematici, mentre l’arte non può che riflettere sullo spazio nei termini enunciati dalla teoria della relatività. L’universo fisico non incorpora alcuna spazialità privilegiata (tanto meno quella euclidea), ma esige la convinzione – come direbbe Minkowski – che lo spazio altro non è una serie di “eventi” caratterizzati sia da una serie di coordinate spaziali, che da una coordinata temporale. Questa specifica l'attimo in cui si determina l'evento artistico, il quale si manifesta però nella duplice accezione di momento creativo e momento percettivo, per cui la duplice temporalità rende sia l’artista, quanto lo spettatore, indipendenti e autonomi nelle loro azioni. Ogni lettura ha origine dunque dalla certezza che l'immagine proposta porta con sé elementi soggettivi. In quest’esercizio di astrazione lo spazio “relativo” ci permette di vivere un immediato rapporto con le cose.

Le indicazioni geometriche o architettoniche proposte da Annamaria Gelmi aprono dunque a molteplici riflessioni sull’indeterminatezza e vaghezza dello spazio. Attraverso la metafora della soglia, o ancora della porta, l’artista fornisce all’osservatore, nello spazio illusorio e immaginifico (come solo la pittura può dare), una via per uscire dalla superficie ed addentrarsi nell’infinito, nel possibile vuoto. Si apre così uno spiraglio virtuale, che introduce verso nuove dinamiche interpretative e queste diramano oltre i confini del dipinto, per percepire l'infinito, il vuoto, il senza tempo. Una via verso cui muovere, per esperire le mille possibilità, che la ricerca artistica è pronta ad offrire.

Tutta l’operazione artistica di Annamaria Gelmi muove da aspetti operativi, dal fare e s'adopera perché, all'origine d'ogni progetto, vi sia un’analisi della forma e, contemporaneamente, del colore, senza per questo anteporre un’azione all’altra. La conseguenza è la materializzazione di un colore che, pur non vivendo delle vibrazioni e dell’energia della pennellata, si manifesta attraverso sfumature o trasparenze; è in sintesi la materializzazione di una simbiosi, nella quale non si può dare la forma prima del colore o viceversa. La pittura diventa così una composizione, non solo grafica, ma una realizzazione di un luogo nel quale dapprima si completa nel percorso del fare pittorico, dall’altro muove ogni possibile lettura. In questa indeterminatezza dello spazio pittorico, oltre la porta, oltre la soglia, si va reificando l’idea di infinito, di vuoto. E il vuoto diventa così sospensione visiva, espressione dell’ansia, dell’incertezza, dell’attesa.

Gelmi rende lo spettatore cosciente dell’espressività autonoma di questi due elementi linguistici, tanto che l’artista guida la percezione visiva verso nuove possibilità di leggere e definire – a volte anche ri–leggere, ri-definire – l’opera stessa. In quella fugace pausa prendono consistenza il ritmo, l'energia e il movimento. Ciò le consente di sottolineare nei termini già espressi il ruolo di protagonista svolto dallo spazio; più in particolare Gelmi evidenzia l’infinitezza dello spazio, e questo permette alla pittura di parlare di sé. L’effetto è un’azione di materializzazione del colore che, privo delle vibrazioni della pennellata, assume comunque una sua corposità attraverso sfumature o trasparenze; in sintesi la pittura si risolve nella simbiosi tra il colore e la materia. Il dialogo si amplia e prende consistenza proprio in una superficie bidimensionale, ma sulla quale l’artista tratteggia infinite, quanto indefinite, armonie monocromatiche. Gelmi accentua il suo percorso pittorico seguendo un preordinato ordine coloristico. Il colore tende ad identificarsi con la materialità della carta, con il suo spessore, acquista dunque un corpo, mentre la superficie si anima con un pacato colorismo, ricco d'innumerevoli mutazioni piacevoli e volte misteriose. Attraverso un’apparente stratificazione, attraverso la casuale formazione d'ambigui segni e appariscenti tracce, il colore prende consistenza, diventa interprete di un progetto che si realizza su di una razionale e formale ripartizione della superficie.

Ed è appunto a quest’ultima fase che viene rivolto maggiormente l’impegno della pittrice, poiché la forma non può essere solamente identificata con le innumerevoli variazioni cromatiche, ma deve definirsi come corpo, con un suo accento sostanziale, terreno e quindi materiale.

La soggettività, espressa dall’artista, trova iniziazione da uno stato ideale, per realizzarsi attraverso un’alternanza di elementi espressivi, non ultime le citazioni, come lievi e minimi rimandi alla memoria, ma ad una memoria personale, individuale, affettiva. Un riferimento fugace, a volte onirico, ma intensamente sentito, che si perde in quell’orizzonte concettualmente percettibile proposto dalla superficie pittorica.

L’opera acquista autonomia, soprattutto dopo l'abbandono definitivo del soggetto che l'ha ispirata e materialmente costruita. E così l’infinito dello spazio dialoga con il pieno del colore, in un incessante ritmo, dove le pause si alternano e si rincorrono senza per questo seguire le regole della geometria che, ad una prima visione, determinano la forma o la dimensione della pittura. Così gradualmente si mettono in luce altre emozioni, individuali e soggettive come l’attesa, e questa sospensione visiva non mostra tutto, perché il mistero della superficie ed il soffio impalpabile dell’energia della pittura si possano mantenere intatti nel momento apparentemente interminabile e statico della percezione.

 Nel giorno di S. Ignazio da Laconi

 Diego Collovini 

Orari: martedì, mercoledì e sabato: 16.00 – 19.00
        giovedì e festivi: 10.00 - 12.30;  17.00 – 19.00