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"Grammaticando in nero" - 2004
- acrilico su tela - diag.cm 140

"Flipper- schermoluce" - 2008 - acrilico su tela - cm. 70x100

"Flipper - il suono continuo" - 2008 - acrilico su tela - cm. 70x100

"Vibratile-luce - colore contro" - 2004
- acrilico su tela - cm. 100x100

"Eclissi-luce" - 2004 - acrilico su tela -
cm 100x100

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"Ma io non sono lui": questa frase è uscita fuori, nel corso di una
conversazione, riferita ad un pittore pur conosciuto e stimato da Ennio
Finzi, a sottolineare l'anomalia del proprio modo di fare, ovvero la
difficoltà ad assuefarsi al sistema dell'arte, con tutti i suoi riti e le
sue liturgie delle mostre, delle inaugurazioni, dei cataloghi e degli
incontri, tali sovente da determinare il successo e il plauso molto più
della stessa validità intrinseca dell'opera.
Finzi è altresì venuto mostrando una forse insuperabile difficoltà a far
proprie le consuetudini e le sistematicità del mercato, facendosi guidare
spesso dagli impulsi di un talora altalenante sentimento, piuttosto che da
scelte calcolate e oggettive nei rapporti con i diversi operatori e mercanti
ed evidenziando inoltre una pressoché costante insofferenza nei confronti
della critica, anche quella più vicina e spesso ammirativa.Per non
parlare poi della sua pressoché totale indifferenza nei confronti dei mezzi
e degli apparati della comunicazione: basti pensare, in tempi recenti, alla
sua superiore nonchalance nell'affrontare il mezzo televisivo, solitamente
così agognato da molti suoi colleghi, da metterli significativamente in
soggezione.
Ma forse ancor più eloquente appare il suo rapporto con il pubblico in
generale: non solo Finzi non ha mai cercato di conquistarlo con una pittura
in qualche modo piacevole, o attraente, ma invece di coltivarne il consenso,
talora raggiunto da un particolare esito della propria creatività, ha
continuato a spiazzarlo con risultati sempre nuovi e spesso opposti e
addirittura apparentemente incongrui rispetto alle fasi precedentemente
accolte.
In ogni caso se l'affermazione "Non sono lui", si limitasse ai suddetti
aspetti del comportamento, avrebbe un valore puramente aneddotico.
Ritengo invece abbia in sé ulteriori significati.
Pittore complesso e difficile, in grado, fin da giovanissimo, già nel corso
degli anni Cinquanta, di dar prova di una piena capacità espressiva, proprio
la ricchezza e la particolarità delle sue esplorazioni pittoriche, anche
rispetto all'ampio panorama delle ricerche coeve ha, per molti versi, a
lungo contrastato una adeguata considerazione della sua opera da parte della
critica e del più vasto pubblico, (anche se non sono mancate le puntuali
registrazioni da parte di storici ed esegeti di valore), tanto che solo a
partire dagli anni Novanta, le multiformi fenomenologie della pittura
finziana hanno cominciato ad essere apprezzate anche al di fuori della
cerchia degli specialisti.
Nell'ambito di una più generale rivalutazione dell'Arte del Secondo
Dopoguerra, Finzi è stato finalmente sdoganato come ultima espressione dello
Spazialismo: un termine quest'ultimo che, nel corso del tempo, ha finito col
diventare, come la famosa notte romantico-hegeliana, nella quale tutte le
vacche finiscono col sembrare nere.
Anche se lo stesso Finzi, che pure, in un'intervista che mi ha rilasciato
nel 2005, ha addirittura dichiarato: "... io non credo di sapere cosa voglia
dire lo Spazialismo", quasi per stanchezza, ha talora lasciato passare tale
definizione, omettendo di puntualizzare la propria posizione, questa appare,
per molti aspetti, del tutto diversa.
Non solo Finzi non intenderà mai scimmiottare, andando oltre la superficie
pittorica gli inimitabili Concetti spaziali di Fontana, ma non avrà neppure
nulla da condividere con l'immaginatività neosurreale degli altri
spazialisti Inoltre, pur ammirandone la profondità di pensiero, le sue
ricerche saranno completamente altre sia rispetto all'idealismo luminoso di
Deluigi che al trascendente ontologismo di Guidi, di cui pure apprezzerà
l'altissimo insegnamento intellettuale, mentre per molti aspetti lontana
sembra altresì l'apertura alle realtà tecniche, architettoniche e produttive
evidenziata da Vinicio Vinello, o, ancora, del tutto estranea sarà per lui
la capacità di rivivere, integrandola nel proprio subconscio, la grande
tradizione veneta della sensibilità del colore, messa in atto da
raffinatissimi artisti come Edmondo Bacci e Gino Morandis.
In ogni caso, negli spazialisti prevale sempre un senso unitario
dell'opera e dei suoi elementi (anche Tancredi, che pure affermerà lui
stesso di partire dalla forma-punto circondata dal vuoto, procede poi a una
ricostruzione lirica della natura) mentre Finzi scinde e disarticola la
pittura nelle sue componenti, cosicché più che ultimo degli spazialisti,
dovrebbe, a mio avviso, per certi versi, essere considerato come un pur
anomalo (e di alcuni lustri) precursore della cosiddetta Pittura Analitica.
Ma l'ormai ribadito "lo non sono Lui" credo rechi in sé un significato anche
più profondo.
Nel corso della già citata intervista del 2005, Finzi ha infatti detto: "...
perché probabilmente mi sento pittore fino a un certo punto ... dovrei
essere stato più musicista, probabilmente ...", mentre in un appunto di
qualche anno prima, aveva addirittura affermato: "Il quadro in sé non
esiste, non conta specificatamente, può essere anche altro da quello che è
...".
Sono questi fondamenti del suo profondo astrattismo che gli consentiranno di
vivere e di esplorare le continue, inarrestabili possibilità della sua
liberissima esperienza della pittura.
Non è questo ovviamente il luogo per ripercorrere puntualmente
l'articolatissimo e spesso ossimorico itinerario pittorico di Finzi.
Basterà tuttavia accennare, ad esempio a come, già a partire dai primi anni
Cinquanta, egli, sulla base dell'intuizione che persino la rivoluzione
aniconica di Kandinsky continuasse in realtà, pur sempre a rimanere legata a
un insieme di consuetudini, di interconnessioni e di rapporti che,
essenzialmente, non si allontanavano dalla scala cromatica di ascendenza
ancora rinascimentale, sia venuto avvalendosi di inedite tensioni timbriche,
tali, anche sulla base delle nuove grammatiche atonali sperimentate in campo
musicale da Arnold Schonberg e dai musicisti della cosiddetta Scuola di
Vienna, Alban Berg e Anton Webern, da riuscire a liberare il colore da ogni
pittoricismo e da ogni tonalismo, come pure da ogni graduata disposizione
attorno a una nota dominante, da ogni simmetria, da ogni equilibrato ordine
compositivo.
Finzi potrà così presentare, volutamente irrelate sulla superficie
dell'opera, le diversa modalità fenomeniche del dipingere: il colore e
l'acromia, la stesura, la sgocciolatura, la tache, il segno più o meno
dinamico e incisivo, manifestando, nello stesso tempo, al di fuori di ogni
introspezione o di ogni rimando simbolico, una chiara intenzione analitica
e, in opposizione alle tradizioni e consuetudini visive più diffuse e
radicate, una non meno efficiente volontà espressiva.
La stessa distinzione tra analisi e sintesi apparirà in tal modo
intuitivamente messa in discussione, al punto che l'opera sembrerà frutto di
un'inestricabile compresenza di istanze contrastanti che lungi
dall'esercitare una funzione rasserenante e consolatoria, in una amplissima
fenomenologia di scoppi e di scontri di energie, di rotture, di
bombardamenti e di improvvisazioni segnico-cromatiche, porranno invece il
fruitore di fronte al disagio della visione, offrendogli tuttavia in cambio
l'opportunità di ripercorrere le componenti più profonde e segrete del
dipingere.
In seguito, anche quando nel corso degli anni Sessanta e Settanta. Finzi
verrà avvertendo il fascino di una più rigorosa progettualità percettiva,
pur operando una accentuata trasformazione e riduzione del colore, come
sublimato in essenziali emissioni luminose, più che alle ambiguità ottiche o
alle sensazioni di movimento apparente attorno a cui si andavano
concentrando le contemporanee esperienze dei cosiddetti operatori
cinetico-visuali, egli verrà decostruendo in fasce e vibrazioni
ritmico-seriali le sue precedenti traiettorie coloristiche, i suoi energici
flussi cromatici, verificandone il significato e la tenuta anche in modalità
realizzative diverse e tali da suscitare una più serrata e dinamica
collaborazione creativa e interpretativa tra pittore e fruitore.
Una verifica che troverà ulteriori approfondimenti nelle immediatamente
successive Scale transcromatiche, nelle quali lo spazio verrà esplorato come
impercettibile risonanza dell'espansione del colore, ora riproposto in una
più vasta gamma di segmentate modulazioni, sobriamente accentrate sull'asse
orizzontale dell'opera.
Ben presto, dopo aver investigato fino alle estreme conseguenze
dell'acromatismo e delle interferenze aleatorie i moduli percettivi
dell'irraggiamento del colore, Finzi comincerà ad avvertire la crisi e
l'esaurimento dei principi della visualità strutturata.
Nel corso degli anni Ottanta, superato ogni aprioristico rigore percettivo,
egli verrà così liberando una inaspettata inventività astrattamente
naturale, caratterizzata da una singolare mutevolezza del ductus e da
caleidoscopiche fioriture di colore, in una vivacissima estroversione frutto
di una inarrestabile profusione immaginativa.
Procedendo tuttavia per contrasti, Finzi non tarderà, tra l'altro, a
manifestare una sempre più forte esigenza di riflessione e di meditazione
che lo spingerà ben presto a verificare le possibilità estreme del
dipingere, indagando le silenziose potenzialità eidetiche del puro nero,
nella volontà di riaffermare le prerogative della pittura, rivendicandone la
possibile ricchezza (in alcune di queste opere, Finzi riuscirà a dar vita
addirittura a sei o sette qualità diverse di nero assoluto) dell'estrema
povertà del colore assente.
A una inappagabile investigazione delle modalità di apparizione delle
superfici, talvolta arricchite da splendide craquelures e persino
dall'inserimento di pungenti frammenti vetrosi, verrà rispondendo il ciclo
Verso il rosa, mentre sul contrasto tra la compatta uniformità del colore,
ora steso in larghe zone geometriche e la sua dinamizzazione tramite
semplici e raccolti sommovimenti segnico-luminosi, verrà invece
incentrandosi la serie dei dipinti prevalentemente intitolati Verso la luce.
Seguiranno opere caratterizzate da una più esplicita strutturazione e
definizione geometrica, dapprima all'interno di orizzonti cartesianamente
circolari o ellittici, poi più liberamente danzanti sul piano uniforme del
fondo.
lnattesadititolo, verrà quindi denominata una serie di dipinti
caratterizzati dall'emergere di magistrali, traslucide insulae e
concrezioni, affioranti da immobili, illimiti, oscure profondità, a
invitare, contro ogni dilagante rumore e superficialità, a un rinnovato
ascolto, a una raccolta interiorizzazione dello sguardo.
A questa esplorazione degli aspetti più segreti e riposti delle proprie
virtù immaginative, verrà altresì accompagnandosi un significativo
cambiamento anche nell'uso dei materiali, nella sostanza stessa della
pittura.
Se infatti fino a quel momento Finzi aveva sempre impiegato la secca
perentorietà della tempera, o la densa compattezza degli acrilici, ora
comincerà a sentirsi attratto dalla interiore vischiosità e tensione dei
colori a olio: quasi a reagire al rumoroso attivismo, alla pazzesca e
pervasiva frenesia dell'universo contemporaneo.
Moltiplicandosi in infiniti tocchi, gradazioni, sfumature, i colori
verranno riaffiorando in sempre nuovi indizi, tracce, barbagli,
impercettibili scie, o distendendosi talora anche in più ampie e consistenti
taches variamente modulate ed espansive.
Al libero e molteplice irradiarsi di tali soffuse energie cromatiche verrà
però giustapponendosi una elementare struttura reticolare: quasi una
mappatura, indice forse di una volontà in qualche modo catalogica e
classificatoria, tuttavia, per taluni aspetti, come contraddetta proprio
dalla innumerevole varietà di tali insorgenze segnico-cromatiche.
Ben presto però, nei Versi del colore, la proteiforme energia delle cromie
non accetterà più partizioni e ostacoli, mentre il pittore sembrerà come
lasciarsi dominare, quasi rapire dall'estasi, cancellando la propria
consapevole soggettività per lasciar ancora maggior spazio all'epifania del
colore.
Eppure, come sempre, Finzi non rimarrà a lungo fermo in una simile
condizione, anche perché l'estasi trova la propria imprevedibile verità
soltanto se appare come un lampo capace di cancellare ogni cosa intorno a
sé, come una improvvisa, impensabile frattura nello scorrere della vita.
L'insistita reiterazione dell'esaltazione e dell'ebbrezza estatica
rischierebbe infatti di configurarsi come mera retorica, enfatico esercizio
stilistico.
Finzi reagirà uscendo dal fascino coinvolgente del quadro per giungere a una
sua più distaccata considerazione.
A partire dall'elementare esperienza di vedere contemporaneamente, nello
studio, più quadri accostati assieme, leggermente a ventaglio, forse perché
non ancora perfettamente asciutti, nascerà la nuova serie delle Scale
cromatiche, nelle quali i colori appaiono ancor più liberamente accostati in
semplici fasce verticali di diversa ampiezza, proponendosi nella loro
semplice evidenza, al di fuori di ogni pregiudizio, di ogni abitudine o
tradizione, come pure al di fuori di qualsiasi legge dell'ottica, della
percezione, dell'armonia o del timbro, ma proprio per questo apertissimi a
sempre nuovi significati eidetici, a imprevedibili possibilità immaginative,
rammemoramenti, nessi, emozioni.
Ben presto però Finzi verrà altresì avvertendo l'esigenza di rimeditare sui
molteplici aspetti della sua inesauribile creatività, riunendo nella stessa
opera le differenti soluzioni da lui proposte in tempi diversi: nasceranno
così le vivacissime tele denominate Grammaticando nelle quali, in una sempre
più ricca articolazione della superficie pittorica, meteoriche geometrie,
improvvisi frammenti segnici, fluidi dripping, segmenti di fredde e
impalpabili emissioni di vibranti e corpuscolari onde di colore-luce, sobrie
o accesissime modulazioni e fasce cromatiche di straordinaria intensità ed
evidenza sono chiamate a convivere e a riaffermare la sua concezione del
dipinto quale semplice, ma sconfinata possibilità di visione.
Come appare evidente, ricostruire e ripercorrere puntualmente le trame
della creatività finziana risulta quasi impossibile: tale è l'estensione
contrastante e sempre rinnovata delle istanze immaginative e l'infinita
fenomenologia delle configurazioni pittoriche messe in atto da Finzi, tanto
che, proprio incontenibile e inappagabile libertà viene a costituirne il
carattere distintivo, l'unico basilare, sconfinato eppur riconoscibilissimo
indice di coerenza.
E' a partire da tali fondamenti che diventano comprensibili i sempre più
sorprendenti frutti delle sue nuove, meravigliose esplorazioni.
"Dal Boogie Woogie ai Flipper passando per la Gestalt ..." è la proposizione
che Finzi stesso ha elaborato per spiegare la sua più recente stagione
creativa.
Nei Flipper sembra infatti affacciarsi una sensibilità nuova.Forse Finzi si
confronta per la prima volta con lo scorrere del tempo, con l'avanzare
dell'età, sembra confessare che pur riconoscendo il valore emblematico delle
sue opere giovanili, le sente ormai distanti: sa di non essere più quel
pittore. Solo in taluni quadri, agli inizi del nuovo ciclo, sono ancora
presenti delle memorie, come delle sintetiche autocitazioni, mentre poi
supera le più immediate modalità espressive del segno-gesto o della
sgocciolatura.
Nei recenti lavori infatti (anche se sorprendentemente vi sono già tracce di
ciò inalcune opere degli anni Cinquanta, come ad esempio in Canto sommerso e
in
Spazio lirico entrambi del 1956, ma tale strada non venne allora seguita) il
colore emerge per pura emissione.
Sono flussi di energie cromatiche, concentrazioni, espansioni, misteriosi
incroci di onde di colore, segreti magnetismi.
Una più elegiaca sensibilità effusiva pare combinarsi con la coscienza
eraclitea che tutto può essere un gioco, un inspiegabile frutto degli
imprevedibili rimbalzi della sorte.
Anche il tema della strutturazione percettiva perde ogni traccia della
propria analitica scientificità, le luci si fanno meno taglienti, i contorni
si fanno talora più sfumati.
L'importanza della percezione è sì profondamente compresa, ma ogni sua
enunciazione scolastica è come trascesa nella sospensione auratica
dell'apparizione.
Le immagini che potrebbero essere di galassie, di incredibili successioni di
pulsazioni cosmiche, viene resa come più vicina a noi, più consueta, tutto
acquista una dimensione più umana, geometria ed effusione si confrontano, si
oppongono forse, senza tuttavia scontrarsi.
Il limite e il confine convivono con l'espansione, con l'impercettibile
effondersi delle energie.
La bidimensionalità della superficie sembra aprirsi all'inafferrabile
virtualità delle profondità luminose e spaziali.
Anche la volontà di grammaticare, di enunciare coscientemente le diverse
componenti della pittura, sembra venir meno.
La consapevolezza che non vi sono ormai leggi e imposizioni metafisiche,
a cui, in qualche modo, magari oppositivamente riferirsi, consente un più
dolce fluire dell'immagine, eccedendo lo scoppio, lo scontro, la
deflagrazione dei colori.
I confini tra percezione ed emozione diventano più labili, lo stesso
impatto, l'incombere della sensazione ottica pare come allontanarsi, danzare
lentamente nello spazio, tra memoria e desiderio e, forse, nostalgia.
Per certi versi è come se le losanghe del Mondrian americano si fossero
disperse e dilatate a dismisura in una incontenibile espansione, lasciando
al quadro solo la possibilità di renderne visibili solo sparsi frammenti.
Nello stesso tempo, in questo universo fluido, punteggiato da morbide,
siderali accensioni, le presenze lineari intersecano lo spazio acquistando
funzione e valore di aperture, fino ad alludere a insondabili, ma intuibili
alterità.
Eppure, per chi dipinge, oltre al colore non può esserci che il colore,
all'infinito: allo stesso tempo, ossimoricamente, imminente, qui ora e
lontano, avvolgente, nascosto e sempre da scoprire.
Infine il colore è l'unica dimensione in cui l'esistenza del pittore viene
svolgendosi.
Al di là di tutto, come ha detto Finzi: "Il colore è la retina che si
inebria di bellezza."
Dino Marangon
Note biografiche
Ennio Finzi nasce a Venezia nel 1931 e, giovanissimo, si interessa alla
pittura ed alla musica. Dopo una temporanea frequenza dei corsi
dell'Istituto d'Arte di Venezia viene attratto dall'affascinante scoperta
dello sconvolgimento strutturale del cubismo, il che gli permette di
trascendere il dato reale della rappresentazione. Dopo la Biennale del 1948
si riapre a Venezia l'Archivio Storico delle Arti Contemporanee e questo
fatto offre a Finzi la possibilità di dedicarsi allo studio dei maestri
delle avanguardie storiche. L'incontro con Atanasio Soldati, che soggiornò a
Venezia per qualche tempo, generò uno stimolo che probabilmente influenzò le
opere successive con accesi cromatismi e rigorosi equilibri formali. Nascono
così le prime "invenzioni" in cui il ritmo, il colore, la luce, il timbro,
assumono il ruolo di elementi portanti e diverranno una costante basilare di
tutta la sua ricerca. Notevole influenza in quegli anni sarà esercitata su
Finzi da Virgilio Guidi per la forza ideologica del pensiero creativo e da
Emilio Vedova per l'impeto del gesto che aggredisce la superficie. La
scoperta della musica dodecafonica lo porta ad appropriarsi del principio
della "dissonanza". Improvvisamente, in tal modo, la prassi di un colore
sciolto da ogni relazione di tono e che si assumeva l'esclusiva funzione di
timbro, apriva nuovi e vasti orizzonti, tanto che da quel momento e fino al
termine degli anni '50 il suo lavoro risulterà un' ossessiva ricerca sulla
semantica del gesto, della luce, del timbro. Il rapporto suono-colore, un
colore che Finzi, più che "vedere", ama "ascoltare" nelle sue risonanze più
intime, gli permette di esprimersi secondo altre regole del tutto aleatorie
in svincolata autonomia. Sul finire degli anni '50, segnati dalle
sconvolgenti intuizioni di Lucio Fontana, che Finzi conobbe a Milano in
occasione di una sua mostra alla galleria Apollinaire, la turbolenza
gestuale e l'urgenza espressiva si placano e subentra una dimensione più
riflessiva nella direzione di un superamento della pittura stessa, con
l'avvicinamento alle teorie gestaltiche sulla fenomenologia della
percezione. I principi della optical art informarono le sue ricerche sulla
suggestione ottica, dovuta al fenomeno della conservazione retinica delle
immagini, fino al 1978.
Dopo una breve crisi seguita all'esaurimento dell'interesse per i principi
della visualità strutturata, nel 1980 Finzi si abbandona, con rinnovata
energia ed entusiasmo, alla ritrovata immediatezza della pittura
scandagliando nuovamente le fascinose trame del colore, che si eleva oltre
le dissonanze degli anni '50. La pittura riconquista lo spazio dominante con
un successivo alternarsi di colore e non colore, di luce ed oscurità che si
contendono la superficie dell'opera. Il nero viene posto come la luce del
buio, del vuoto del silenzio, e lo conduce a sondare le risonanze più
segrete dell'inesistente sull'invisibilità della pittura stessa. Nella
continua dialettica che contraddistingue il principio della ricerca, Finzi
procede per stadi successivi di evoluzione caratterizzati da espansioni di
sontuosità cromatiche e da improvvisi azzeramenti di ogni luminosità in cui
concentra allo stato potenziale ogni emissione energetica. Questo incessante
porre in discussione i propri modi operativi, lo rende estraneo ad ogni
precostituita forma stilistica e gli fa assumere il "non-stile" ad etica
professionale. Attraverso il succedersi delle esperienze Finzi insegue
continuamente il sogno della sorpresa della pittura con una tensione sempre
rivolta alla rigenerazione, alla catarsi e negli anni più recenti si
riappropria delle connotazioni insite nella pittura e nel colore non più
inibiti da regimi ideologicamente chiusi, bensì con un abbandono totalmente
aperto e disponibile alla sfera globale del sentimento della pittura stessa. |
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