FEDERICA BOTTOLI

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La Galleria Comunale d’Arte Contemporanea di Portogruaro “AI MOLINI”, domenica 16 settembre alle ore 11.00 inaugurano le mostre Luce e corpo – con Federica Bottoli e Amos Crivellari – e Cursus e Recursus – con Annibel Cunoldi.

Federica Bottoli, fotografa di moda, attraverso una forte luminosità dei bianchi e un’ovattata intensità dei neri, riesce ad inquadrare il corpo umano in una dimensione più intensa, più vigorosa e nello stesso tempo surreale. La forma non è quella immediatamente visibile, o quella reale, ma quella della staticità, quella del riflesso, quella della luce; è il volume della forma che l’artista vuole raccogliere. Ciò che Bottoli evidenzia è dunque la ricerca dell’immobilismo, come a creare una pausa che sottolinea la consistenza fisica del corpo, ne dà così una dimensione spaziale, mentre l’obiettivo segue la forma, ne fa risaltare la materia, raccoglie e descrive la luce che questa dirama. E se da un lato la staticità segna ogni composizione, dall’altro l’instabilità della posizione, il precario equilibrio, conduce lo spettatore a leggere le opere con lo sguardo curioso dell’indagatore.

Più i rapporti di due realtà ravvicinate saranno lontani e giusti più l'immagine sarà forte, più ricca di forza narrativa e di realtà poetica

A. Breton

Tra i linguaggi dell'arte, la fotografia è considerata come un sistema espressivo mediato, i cui soggetti sono da individuarsi nella realtà, o perlomeno da questo stato sono raccolti ed affidati alla registrazione dello strumento ottico. In tal modo le immagini, attraverso le molteplici possibilità espressive del mezzo tecnico, sono sottratte a ogni riferimento contenutistico e naturalistico, ne vengono così esaltate le forme assolute e le loro particolarità. Le ultime indagini linguistiche proposte dalla fotografia muovono essenzialmente da una forma di progettazione "a priori", nel senso cioè che ogni immagine che l'artista va realizzando origina da un'idea, da una sorta di previsione che anticipa la fase compositiva vera e propria. Questo procedimento, se da un lato mette in evidenza l'esclusività e la soggettività del fare arte, in quanto espressione di una singolare ed individuale visone del mondo, dall'altro si consolidano i mezzi tecnici utilizzati, in quando sono strumenti linguistici che realizzano materialmente l'immagine. Il duplice atteggiamento creativo può essere considerato come il principale fondamento della ricerca fotografica che, soprattutto in questi ultimi anni, quando ha trovato una forte attenzione da parte degli artisti contemporanei, ha saputo integrarsi nel mondo della creatività artistica elaborando e specificando nuovi linguaggi e innovative tecniche espressive.

Queste considerazioni non fanno che avvalorare l'opinione di Dino Formaggio, secondo il quale artista è colui che crea delle forme, e il fotografo è un creatore di forme-immagini. Se esiste una diversità con l'artista inteso nel senso tradizionale, questa non può che limitarsi alla considerazione che il fotografo non ha un rapporto creativo immediato con l'immagine che crea; considerazione che però non ha più una ragione d'essere poiché le contaminazioni linguistiche, approfondite in questi ultimi decenni, rendono comuni i linguaggi e le tecniche espressive (chi non ricorda il Mao Tse Tung di Warhol, dove è ben visibile l'intervento pittorico nel ritratto del condottiero cinese?), in tal modo anche la fotografia, come del resto molte altre forme artistiche hanno perso la loro particolarità.
In un'ottica di questo tipo Federica Bottoli e Amos Crivellari si servono degli strumenti della fotografia. Entrambi interpretano due distinti linguaggi, entrambi, nella loro specificità espressiva, propongono una visione della realtà mediata dall'obiettivo indagatore della macchina fotografica.

Al centro della ricerca di Federica Bottoli sta il continuo dialogo con la forma e con il corpo umano. Tale ricerca indubbiamente origina dal suo lavoro di fotografa di moda, da quell'azione del ritrarre una forma umana nascosta e coperta. L'artista ha sentito la necessità di indagare la forma pura e di rivelare la materia che compone l'immagine. Sarebbe dunque riduttivo se limitassimo le nostre osservazioni esclusivamente all'idea di forma; così facendo circoscriveremmo l'ampiezza della sua analisi artistica, in quando nelle sue ampie raffigurazioni appaiono fondamentali la consistenza e le caratteristiche materiali delle forme umane. È vero che la forma ritratta esprime esclusivamente ciò che rappresenta: cioè se stessa; ma ad una più riflessiva esplorazione si può osservare come il contrasto della luce, che l'artista realizza attraverso una forte luminosità dei bianchi e un'ovattata intensità dei neri, riesca ad inquadrare il corpo umano in una dimensione molto più intensa, più vigorosa e nello stesso tempo surreale. La forma che Bottoli ricerca non è quella immediatamente visibile, o quella reale, ma quella della staticità, quella del riflesso, quella della luce; è il volume della forma che l'artista vuole raccogliere. Le sue fotografie ricordano la scultura, ma nel contempo negano anche la più insignificante presenza di quel dinamismo che ha caratterizzato la scultura classica. Ciò che Bottoli evidenzia è la ricerca dell'immobilismo, come a creare una pausa che sottolinea la consistenza fisica del corpo, ne dà così una dimensione spaziale, mentre l'obiettivo segue la forma, ne fa risaltare la materia, raccoglie e descrive la luce che questa dirama. E se da un lato la staticità segna ogni composizione, dall'altro l'instabilità della posizione, il precario equilibrio, conduce lo spettatore a leggere le opere con lo sguardo curioso dell'indagatore.

Di altra natura invece è la proposta fotografica osservabile nelle composizioni di Amos Crivellari. Ogni sua opera si profila come un esperimento in itinere, come un'azione ideale spesso incerta del risultato. E questo perché il fotografo friulano lavora esclusivamente (anche se le apparenze possono fuorviare la lettura) con la macchina fotografica. L'azione creativa si snoda su pochi elementi: il movimento, la luce, l'obiettivo. A voler inquadrare storicamente l'opera di Crivellari, bisogna riprendere le tematiche sul movimento iniziate dal fotografo futurista Bragaglia. Se questi riprendeva l'uomo in movimento, l'artista friulano invece muove l'obiettivo, cercando così di raccogliere le diverse facce che la realtà o gli oggetti attorno mostrano. Un'operazione che ricorda, anche se solo in parte, la tecnica pittorico-rappresentativa delle avanguardie cubiste. Però ciò che differenzia in modo sostanziale la ricerca di Crivellari da quella dei cubisti è certamente nella peculiarità del mezzo e della tecnica utilizzati. Qui si tratta non di rappresentare, ma di raccogliere il movimento della luce e di seguirla nelle sue variazioni cromatiche e nei cambi di intensità. Quello che l'artista mostra allo spettatore non è certo la realtà, l'oggetto materiale, ma ciò che questo riflette o come fonte luminosa origina. Allora le luci colorate dei neon permettono "una fotografica che diventa pittura" (come scrisse Aloisi) che però con questa, almeno sotto l'aspetto squisitamente tecnico, poco ha da condividere, se non l'azione puramente gestuale, che diventa così protagonista poiché la fotografia di Crivellari non subisce modificazione in fase di stampa, né viene filtrata attraverso tecniche digitali; tutto origina dal movimento, ma da quello stretto rapporto esistente tra l'occhio dell'artista e l'obiettivo della macchina, mediante il quale ogni fotografo intende vedere ed interpretare la realtà.

Nel giorno di sant'Agostino

Diego Collovini