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Elio Armano nato a Padova nel 1945. Dopo
la scuola d’arte ha frequentato il corso di scultura dell’Accademia di Belle
Arti di Venezia sotto la guida di Alberto Viani. Ha tenuto la sua prima
personale proprio a Portogruaro, nel 1966, dove aveva presentato le opere
d’avanguardia esibendo un linguaggio molto vicino alla Pop Art. Si è poi
interessato, prima come studioso, poi come amministratore, all’urbanistica e
in particolare ai percorsi scultorei inseriti in contesti cittadini. Ha poi
alternato l’impegno politico con quello artistico, e sebbene abbia prevalso
per diversi anni il primo, il suo interesse per il disegno e la scultura non
è venuto meno. Ha comunque realizzato molti bronzi e si è dedicato nel
contempo all’incisione e alla litografia stimolato dagli amici come
Zancanaro e Murer. Recentemente, abbandonata la politica attiva, ha ripreso ad interessarsi alla scultura promovendo un linguaggio particolarmente articolato che prende origine da una passione giovanile per la ceramica. Le opere recenti prendono in esame due aspetti: la forma, che approfondisce essenzialmente attraverso l’elaborazione di materiali plastici, e lo spazio che diventa il luogo nel quale le diverse forme composte dialogano tra loro; non trascurando nel contempo però le piccole istallazioni che chiude in minuscole ambientazioni, evidenziando così particolari rapporti spaziali complessi ed articolati. Io non scelgo coscientemente la forma, la forma sceglie se stessa da sola, dentro di me. V. Kandinskij La complessità degli strumenti espressivi e il variegato orizzonte dei linguaggi dell’arte sono spesso un sintomo della complessità della ricerca artistica contemporanea. Ma questa varietà e moltitudine dei linguaggi dell’arte non fa che creare uno stato di disagio nel lettore, il quale spesso ha bisogno di vivere un immediato rapporto di scambio comunicativo con l’artista. Spesso dunque si sente la necessità di riprendere contatto con il mondo dell’arte attraverso un sistema espressivo già consolidato e comune; con un linguaggio, cioè, che appartenga sia all’artista che allo spettatore. Ciò però non vuol dire ridurre l’arte ad una sorta di esercizio di comunicazione estraneo al mondo della ricerca, all’attualità e alla sperimentazione, vuol al contrario riaffermare la capacità comunicativa di un sistema dell’arte che si riconosce proprio in un immediato rapporto tra artista e utente. È per questo dunque che l’arte può superare se stessa attraverso la riaffermazione di un proprio modo di esprimersi, mediante una creatività che si identifica in linguaggi comuni e storicizzati, instaurando, in definitiva, un dialogo tra chi crea l’arte e chi la studia o semplicemente la guarda. Questo apparente ritorno ad un ordine espressivo non può però essere considerato come una forma di reazione alle proposte del nuovo modo di fare arte, né tanto meno una sorta di immediato rigetto dei più rivoluzionari linguaggi, o ancora chiusura nei confronti dei più spericolati e indisponenti contenuti, né ancora vuole essere un rifiuto della provocazione che ciclicamente scuote il mondo artistico. Vuole solamente proporsi come una temporanea sospensione di un processo evolutivo, come momento di riaffermazione dei ruoli, o come pura e semplice osservazione, pacata e riflessiva, dei linguaggi che appartengono all’arte; una sorta di pausa quindi, all’interno delle frenetiche e multilinguistiche proposte espressive, che le ultime tendenze dell’arte hanno prodotto e sperimentato con assiduità e concretezza intellettuale. Una pausa dunque, che intende riaffermare una serie di certezze linguistico–espressive già acquisite e consolidate all’interno di un sistema artistico che perpetra se stesso attraverso il ripensamento del proprio linguaggio. Elio Armano e Franco Durante, nel corso delle loro diversificate attività artistiche si propongono come dei continuatori di un sistema linguistico che trova origine nella storia dell’arte e soprattutto nelle esperienze artistiche del secolo appena trascorso. Ci sono, nelle loro opere, elementi che inducono a ricollegarsi a particolari e specifici linguaggi dell’arte, senza con questo però riproporre freddamente ed in modo impersonale un sistema artistico–creativo. Entrambi hanno guardato con attenzione a realtà espressive differenti, a momenti dell’arte complessi e variegati; entrambi hanno percorso una comune esperienza artistica, e hanno, contemporaneamente, approfondito una singolare ed individuale conoscenza dei sistemi linguistici dell’arte. Ciò che li unisce – ma che però appare difficilmente identificabile nelle loro singole opere – è una certa attenzione per l’architettura, e soprattutto per le forme e per lo spazio. Spazio e forma, dunque, sono i due elementi linguistici che danno una solida consistenza ai loro linguaggi. Nelle opere di Armano lo spazio è l’elemento che contraddistingue le sue installazioni e le sue sculture, dall’altro le stesse forme minimali e dal vago sapore contruttivista, proposte da Durante, inducono ad una percezione di uno spazio razionalmente composto. Ma se le sculture di Armano creano un luogo nel quale lo spettatore si trova suo malgrado inserito (si ricorda a proposito la metafora rappresentata dal suo “gesso umano” seduto) e dove diventa una parte di esso con la consapevolezza di potersi muovere all’interno di uno spazio ideale e immaginifico partecipando così ad una composizione complessa e mutevole; le sculture di Durante, invece, sono un oggetto estetico, una forma tridimensionale che si appropria dello spazio percettivo. Forme geometriche minimali, attorno alle quali lo spazio diventa il luogo dell’arte, della creatività, della problematicità, in quanto, sono forme semplici che spesso negano la loro corposità con suggerimenti verso altre dimensioni, altre realtà percettive confinanti. Le sculture di Armano dunque definiscono l’ampiezza dello spazio, mentre quelle di Durante lo occupano. Ma l’attività artistica di Armano non pare limitarsi esclusivamente alla creazione o all’invenzione di uno spazio delimitato e definito dai suoi elementi scultorei, i quali vivono di una propria originalità formale, spesso estranea all’esperienze scultoree ultime. La sua è una ricerca che muove all’interno della materia e della forma, ed entrambe concorrono a rendere evidente un percorso personale (ma credo anche esistenziale) di una certa originalità, non certo definibile sotto l’aspetto puramente estetico, ma sotto quello esclusivamente della progettazione–percezione: rimane così un fatto chiuso tra artista e spettatore. E questa originalità non sembra porsi né in contrapposizione, né in contraddizione con i due elementi linguistici principali, poiché la corposità e la consistenza delle forme dipendono dai materiali utilizzati. Con la ceramica, mutevole e duttile, Armano realizza delle opere che rimandano ad una profonda ed abile manualità; come prodotti di un immediato fare, di uno spontaneo progettare sostenuto da una personale certezza formale. Il cemento, il gesso sono materiali non esclusivi della scultura, per cui il loro impiego va ben oltre la pura fattualità manuale, poiché appartengono alla progettazione, sono il risultato della ricerca di forme che cercano lo spazio, che lo delimitano e che lo caratterizzano. Ecco quindi le sue grandi sculture contrastare con la serenità formale delle sue ceramiche, poiché la loro tensione muove verso altre realtà e dimensioni, verso grandi ambientazioni e fanno quindi immaginare vasti complessi, dialoganti certamente con l’uomo, ma anche con più ampie strutture architettoniche, con quello spazio cioè nel quale l’uomo si trova inserito. I suoi paesaggi, dalle fattezze complesse, creano così una realtà virtuale nella quale origina quell’incertezza percettiva che ogni stimolo artistico deve procurare allo spettatore. Del resto anche le pitture di Franco Durante non sono immuni dall’influenza che la materia esercita nella fase della sua lavorazione, e, soprattutto, in quella della percezione. Ampiezza, leggerezza, staticità, sono parti del linguaggio artistico che appartiene a Durante e che egli sfrutta nel modo più articolato e personale. La geometria che immediatamente si riconosce nelle sue composizioni, non gioca certamente un ruolo determinate, pur rafforzandone l’equilibrio, la compostezza e persino l’eleganza. Queste qualità concorrono a definire quell’elemento linguistico individuale che permette alla materia di consolidare e di precisare, con una certa forza ed intensità espressiva, la forma che l’artista viene, via via, realizzando. La sua sintassi compositiva diventa così la testimonianza di un profondo interesse – soprattutto negli anni sessanta e settanta – verso le forme fondamentali della scultura minimalista, quale risultato di un approfondimento e una conoscenza delle forme primarie, sia nella loro composizione bidimensionale che in quella tridimensionale. I pesi delle sue forme, nonché il contrasto cromatico si vanno materializzato con una identità formale essenziale, ma che trova una sua effettiva dinamicità percettiva nella varietà dei materiali utilizzati: dal legno al cocciopesto, dal cartone all’alluminio, dalle terre ai bitumi. Una ricerca, inesauribile - come inesauribili sono le qualità dei materiali utilizzati - che muove verso la scoperta di un linguaggio complesso e multifunzionale, comunque capace di mettere in evidenza la vibratilità della luce e la mutevolezza della forma. Ma “Durante è anche scultore tuttavia, è nella pittura più che nella scultura, che si ravvisa in una compenetrazione di forme che si rincorrono in un animato gioco” (G. Menato) geometrico–compositivo, come una riaffermazione della consistenza e validità del linguaggio della pittura e della scultura. Nel giorno di S. Clemente Diego Collovini |